A proposito di don Giorgio. Tavoli nei condomini, non solo in Prefettura

In tanti - sarebbe sciocco non immaginarlo - sono d'accordo con don Giorgio. Ma è pur vero che saranno in parecchi coloro che, mossi da un sano spirito campanilistico o muniti da una lente capace di leggere diversamente i fatti del paese, non sono d'accordo con le sue accuse. Legittime entrambi le posizioni.

Omertà - proviamo ad interpretare - probabilmente farà rima con indifferenza. E chi può negare che, come di una polvere sottile, dell'incapacità di dare il giusto valore alle cose, ai fatti, alle persone... è satura l'aria che respiriamo? Omertà fa rima, però, anche con impotenza. Il rifiuto di immischiarsi, di denunciare, di metterci la faccia. Più che della connivenza e della complicità, forse a Monteroni si spiega con la paura di cacciarsi nei guai. Sarà così?

Una cosa è certa: che se ci si divide sul significato delle parole, gli autori di reati, difficilmente ascrivibili ad azioni, decisamente ben più gravi, della criminalità organizzata, avranno raggiunto il loro obiettivo. “Voi continuate a litigare, noi continuiamo ad agire indisturbati”.

Gli appelli al “fare comunità per la legalità”, anche dopo l'inquietante atto ai danni del tensostatico, l'ennesimo negli ultimi mesi, si sono sprecati in questi giorni. Ed è vero. È proprio quella la strada.

L'unità nella lottà all'illegalità, però, non può rimanere ferma come una lapide appesa alla parete. Non può limitarsi a diventare uno slogan sulla bocca di tutti. Né può essere soltanto un fenomeno di esclusiva competenza delle forze dell'ordine, cui va la gratitudine della comunità per l'enorme impegno profuso a difesa dei cittadini. L''arresto in flagranza dell'altra sera è soltanto l'ultimo episodio di una lunga serie.

Ma non basta. Perché per sconfiggere l'indifferenza non è sufficiente l'azione repressiva. L'indifferenza si vince solo con la riflessione. La riflessione genererà il confronto. Il confronto prima o poi partorirà cultura. Nel tempo. E molto lentamente purtroppo. Ma si dovrà pur iniziare.

L'istituzione cittadina, accanto agli appelli e alle richieste di tavoli tecnici in Prefettura, dovrebbe muoversi proprio nella direzione della cultura. Chiamare a raccolta l'associazionismo, i movimenti, il volontariato, le parrocchie, i condomini, le famiglie... (come fanno i candidati in campagna elettorale) e con loro istituire “i tavoli tecnici della comunità”. Così si semina cultura. Quella semplice. Quella narrativa. Quella che, partendo dalla condivisione di altre esperienze presenti sul territorio nazionale, racconti l'abc della legalità. È così che i famosi “cento passi” di Peppino Impastato ormai fanno scuola in tutta Italia. Monteroni non avrà più bisogno di salire sulle spalle dei giganti per proteggersi dal malaffare.

È vero però che per raggiungere certi obiettiivi abbiamo bisogno di amministratori coraggiosi e politici illuminati e pronti al salto.

Polemizzare - ad esempio - sulla paternità degli emendamenti non sarà forse tempo rubato alla progettazione e alla costruzione di una cittadinanza rinnovata? Rimbalzarsi le responsabilità sul malfunzionamento del sistema urbano di videosorveglianza, sarà forse più facile che grattare nel barile alla ricerca di risorse necessarie alla riparazione e alla manutenzione?

Domande che meritano una risposta. Ci fa specie però, è bene dirlo, la tiepida, pressocché fredda reazione, al sasso lanciato nello stagno in ottobre da “Vita Cristiana” e rilanciato qualche giorno dopo anche da TgMonteroni, quando si proponeva l'apertura di una scuola di formazione alla politica per il Nord Salento allo scopo di abbassare il livello d'improvvisazione e sostenere con i contenuti la buona volontà di chi decide di prestare un po' del suo tempo al bene comune. Da aprire proprio qui, a Monteroni.

Forse non c'entra con il monito di don Giorgio. O forse sì?

BURSOMANNO

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