L’insegnamento di Bernardini: ‘La politica è cultura, non una poltrona. Giovani siano coraggiosi’

Nella seconda puntata dell’intervista a Giovanni Bernardini, sindaco e poeta come Rocco Scotellaro, ci siamo soffermati proprio sulla sua esperienza a Palazzo di Città, nelle vesti di primo cittadino di Monteroni, vissuta tra l’estate del 1992 e l’autunno del 1993.

“L’intellettuale non può prescindere da quell’impegno politico finalizzato non alle poltrone ma al bene comune”, sottolinea l’ex sindaco. E con le parole di Dante fa poi appello ai giovani: “Siate coraggiosi, seguite virtute e canoscenza.

Bernardini, professore di liceo di intere generazioni e intellettuale impegnato, è tra gli esponenti del mondo della cultura più importanti del Salento e del Mezzogiorno, poeta e romanziere 96enne: una penna schietta e sottile, sempre fuori da ogni convenzionalismo. Nella prima parte della nostra conversazione siamo entrati nel mondo sconfinato dei suoi libri (LEGGI ARTICOLO), adesso concludiamo l’intervista parlando di politica, scuola e giovani.

Professore, lei ha affiancato all'attività letteraria una breve esperienza politica come sindaco. Quanto ritiene possa essere fondamentale la cultura per lo sviluppo di una Nazione e anche di una comunità del sud come Monteroni? Quanto è importante quindi amministrare facendo cultura?

È fondamentale per acquisire una coscienza critica, davanti alle rispettive responsabilità ci vuole senso critico. La cultura non è qualcosa di astratto, nasce dalle letture e dagli studi che mi sembrano ora in grandissima crisi. Sono necessari perché solo attraverso la cultura si progredisce, è l’ausilio per una visione politica positiva e costruttiva per il piccolo paese come per l’intera nazione.

Cultura e politica quindi non possono che camminare a braccetto…

Il mio fare politica infatti non si limita certo al periodo in cui sono stato sindaco. Nel senso che la politica, non quella che mira a raggiungere incarichi, poltrone o un posto al sole, è una visione molto più ampia: è la politica che si fa per coscienza e per avere acquisito la consapevolezza che specialmente un uomo di cultura non può estrarsi o astrarsi dalle vicende della sua comunità e della sua nazione. L’intellettuale ha responsabilità direi maggiori degli altri perché quella cultura, se bene acquisita, può conferire una profonda coscienza critica. E per questo non può prescindere dall’impegno politico. La politica riguarda tutti. L’uomo di cultura ha il dovere di fare politica. E lo ripeto ancora: non parlo di politica mirante a ricoprire un posto, ma una politica che sia ricerca del bene comune.

 

Che ricordi ha dei 15 mesi vissuti nelle vesti di sindaco di Monteroni?

Fu una bella e inattesa esperienza. Ricordo di essere sempre riuscito, non vorrei peccare di presunzione, a smussare qualche spigolosità che si creava in maggioranza, tra consiglieri e assessori. Il ricordo più bello? Il compianto professore Vittorio Benincasa, mio carissimo allievo, amico e bravissimo assessore della mia giunta. Quando mi vedeva preoccupato, era il primo ad incoraggiarmi perché constatava come io riuscissi a mantenere perfettamente uniti consiglieri che appartenevano a formazioni diverse, tanto è vero che ci chiamavano l’amministrazione arcobaleno. Quell’arcobaleno, però, funzionò benissimo. E contribuì a rischiare molte ombre.

Lei guidò, come si suol dire, un governo di salute pubblica sostenuto da una maggioranza piuttosto eterogenea…

C’erano comunisti ed ex comunisti, liberali, repubblicani, ex democristiani, socialisti, che erano tra di loro i più litigiosi, e poi Democrazia proletaria, il Movimento sociale. Devo riconoscere che proprio i missini, che erano tre, con Mariella Solazzo era all’epoca assessore alle attività produttive, proprio a me, sindaco di sinistra, non dettero mai grattacapi. Giovanni Mazzotta, che era capogruppo, quando interveniva in consiglio spesso sconfinava parlando di Mussolini, del fascismo e finendo in lode. Gli toglievo immediatamente la parola e finiva lì. Non è mai venuto a protestare. E la cosa che ricordo con grande piacere è che anche dopo la fine dell’esperienza amministrativa, lasciai per ragioni di età e di famiglia e non certo per contrasti politici, Mazzotta continuava a chiamarmi sindaco: “Per me rimarrai sempre il miglior sindaco”, diceva. Durante la mia esperienza a Palazzo di Città, quindi, i pochissimi contrasti politici vissuti vennero paradossalmente proprio dalla sinistra, a causa delle proteste di qualche socialista. Nulla di più. 

Lasciai poi con la certezza, preparata, che il testimone sarebbe passato ad un altro compagno come il professore Pippi Pati. Una staffetta senza creare alcuna crisi.

 

In nessun altro sistema le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento. Eppure i dati del Test Invalsi 2019 destano preoccupazione: uno studente su tre non è capace di comprendere un comune testo in lingua italiana. Come si può fronteggiare questo problema culturale che rischia di diventare anche un’emergenza democratica?

Di recente una carissima amica professoressa mi raccontava in una lettera come rispose un ragazzo a chi gli chiedeva dove si trova l’Italia: l’Italia è a Milano. Rispose così. Siamo a questo punto, purtroppo.

Leggere un testo, avere la capacità di riflettere e approfondire, sviluppare senso critico. Quanto, secondo lei, è importante tutelare e salvaguardare la lettura ed i libri in un’epoca “social” in cui tutto svanisce in un click? Quale messaggio si sente di rivolgere ai giovani all’inizio del nuovo anno scolastico e accademico.

Mi verrebbe voglia di dire: nessun messaggio, nulla, meglio il silenzio. Perché i giovani ormai sanno e fanno tutto loro, basandosi sulla mania dei sociali e dei click che veramente non aiutano la cultura. Ma se proprio devo dire qualcosa, allora vado molto in alto, vado a padre Dante, all’orazion picciola, il breve discorso che Ulisse  fece ai suoi compagni di viaggio quando si trovò in vicinanza delle Colonne d’Ercole e aveva deciso contro la proibizione degli dei di superarle per affrontare l’oceano Atlantico: “Considerate vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”. Ecco quindi la cultura, la conoscenza, anche a costo della vita. Questa orazion picciola spinge questi uomini coraggiosi verso la morte, ma le parole di Dante vogliono qualificare altamente il senso della vita che non può essere quella del bruto, cioè quella dell’ignorante, ma dell’uomo consapevole della sua origine divina. Quindi conoscenza che vuol dire cultura, virtù: un insieme di valori che dà un senso preciso alla vita dell’uomo, un senso alto, nobile. Ecco quindi il mio appello che rivolgo ai giovani: siate coraggiosi, seguite virtute e canoscenza, costi quel che costi.

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