Cristina Carlà e il ‘Colore delle cose fragili’: una finestra sul mondo delle cose semplici

Il colore delle cose fragili. Racconti, versi e altre visioni cromatiche”, edito da Collettiva, è il titolo dell’esordio letterario di Cristina Carlà. Il libro della giovane monteronese, poetessa classica e “slammer”, è una mescolanza di prosa e versi, una scrittura in continuo movimento che narra le vicende del mondo e tratteggia la bellezza che incontra casualmente nella vita quotidiana.

Ad instradarci in questa lettura tenui capitoli che si tingono di marrone (per i ricordi), viola (per il cambiamento), blu (per l’amore), rosso (per la femminilità) e nero (per il male). Cristina, nel suo libro, ci esorta a schiudere una finestra sul creato. A riversarci sulle cose semplici ma che, a suo dire, fanno rumore. La scrittura, per lei, resta indissolubilmente un mezzo per analizzare la realtà e scoprirne sempre nuove sfaccettature.

Cristina, “Il colore delle cose fragili” è realmente la parte migliore di te?

Credo proprio di sì, tutti i testi che troverete nel libro portano più o meno velatamente una traccia di ciò che per me conta davvero e mi segna dentro come un marchio indelebile: il legame con la terra, l’importanza data ai sentimenti, l’amore per la parola e la scrittura, oltre che il desiderio profondo, forse utopico e presuntuoso, di contribuire a creare un mondo più conforme a quello che siamo veramente, cioè esseri umani. Non è sempre facile trovare i momenti per scrivere tra il lavoro, la casa, la spesa, i piatti da lavare e gli impegni familiari: questa raccolta l’ho voluta veramente, desiderata per tanto tempo, mi è costata fatica, tenacia, costanza e soprattutto pazienza; insomma, sono felice che sia nata e che piano piano stia facendo la sua strada.

 “Solo la verità conta. Per arrivare all’essenza bisogna solo essere onesti”. Cosa intendi?

Molto spesso le persone tendono a creare una patina lucida e brillante intorno alle cose, in modo da confezionarle e presentarle meglio, renderle “socialmente corrette” e accettabili/accettate. La stessa cosa ovviamente succede nella scrittura: personalmente, non mi piace usare troppe figure retoriche, troppi orpelli stilistici che appesantiscono la lettura e la allontanano dalla gente comune. Cerco di scrivere con uno stile asciutto, pulito e semplice perché credo fermamente che l’arte, la bellezza sia vera solo quando arriva a tutti; ogni giorno mi sforzo, assolutamente, di usare espressioni quotidiane, a volte perfino popolari, poiché d’altronde le parole, come dice Virginia Woolf, “sono nell’aria”. Complicare è facile, semplificare invece è difficilissimo: per complicare basta aggiungere forme, azioni, decorazioni e ambienti pieni di cose. Semplificare invece vuol dire lavorare per sottrazione, avere il coraggio di cancellare pian piano tutto ciò che non serve per raggiungere finalmente l’essenza, cioè il cuore delle cose.

 La scrittura non è niente senza qualcuno disposto ad ascoltare”. In che epoca viviamo?

Mi piace credere che l’umanità non sia ancora finita, che ci sia ancora spazio per chi crede nei buoni sentimenti e nella possibilità di nuovi scenari sociali. Da qualche anno, oltre che alla scrittura, mi dedico alla lettura pubblica, agli slam e a tutte le occasioni che portano le storie e la poesia tra la gente. Creare un rapporto col pubblico è fondamentale soprattutto per far sì che i poeti, gli scrittori e gli artisti in generale non vengano considerati come membri di una nicchia strana e snob, ma come gente comune, gente che esiste veramente, che riempie le strade e non soltanto le pagine.

In questo momento storico così buio è importante, secondo me, che chi custodisce cose bellissime apra i cassetti e li metta a disposizione di tutti, in modo da far circolare e rendere proficui i talenti che ci sono stati donati. Che senso ha, d’altronde, tenersi stretti i propri tesori quando fuori c’è gente che ha fame di fantasia?

 "Dovremmo smetterla di sentirci potenti e provare a scendere al livello della terra”. E invece?

I social e le pubblicità ci hanno abituato a profili e immagini perfette, a vite invidiabili che però sono finte. Ci illudiamo di poter ottenere tutto e subito sol perché possiamo modificare i nostri connotati tramite filtri vintage o avere tutto il mondo a portare di click. Stare a contatto con la terra, invece, insegna che esiste un tempo per tutto, che se non c’è cura e lavoro, se non ci si sporca le mani voglio dire, è inutile attendersi frutti buoni. Per quanto mi riguarda, osservare quello che succede in natura mi ha insegnato soprattutto la pazienza, la consapevolezza di essere piccola. Quando si semina un campo di grano, per esempio, non è detto che il raccolto sia assicurato: possiamo amare, pregare ed essere presenti sempre, ma basta un incendio, una grandinata improvvisa, perfino uno scirocco insistente per rendere vano tutto il nostro lavoro. Questo vuol dire che siamo esseri finiti, che non possiamo tutto, che ci sono cose che succedono a prescindere dalla nostra volontà; ecco, se facessimo nostro questo dato di fatto, penso che vivremmo la nostra vita in maniera più serena e anche più sobria perché consapevoli dei nostri santi, santissimi limiti.

 Hai in cantiere nuovi progetti per il futuro?  

Per ora sto curando il progetto legato al libro, è stato da poco pubblicato e ha bisogno di attenzioni continue esattamente come una creatura appena nata. Sto vivendo questa esperienza con serenità così che tutto ciò che verrà sia un regalo per cui ringraziare. Lascio molto spazio al caso, ai momenti, insomma: mi fido della vita. Domani? Chissà, magari vado al mare!

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