Xylella, l’agronomo Leuzzi: “Situazione drammatica. Serve competenza"

Continua a imperversare il fenomeno “Xylella” tra gli ulivi secolari salentini.

Abbiamo pertanto chiesto a Giancarlo Leuzzi, ex presidente di Legambiente Monteroni, di fotografare l’attuale situazione ambientale proprio nel feudo di Monteroni concernente gli olivi colpiti dal batterio killer che non risparmia questi veri e propri “monumenti della natura”. Leuzzi è, altresì, agronomo e consulente di aziende produttrici di oli extravergini di alta qualità, autore di consulenze agronomico-ambientali.
Vive e lavora a Monteroni. Dal 2013 al 2016 è stato consigliere regionale e poi responsabile settore agricoltura per Legambiente Puglia. 

Facciamo il punto della situazione Xylella nel feudo di Monteroni. Qual è la fotografia di quello che sta accadendo e secondo lei cosa si dovrebbe fare quanto prima.
Nel feudo di Monteroni il batterio Xylella fastidiosa ha fatto il suo ingresso da sud, attraverso il territorio di Copertino, dove si è manifestato come secondo grosso focolaio salentino, dopo “Li Sauli” a Gallipoli, già fin dal 2013, in un agro compreso tra i territori di Copertino, Lequile e Galatina. Attualmente, su Monteroni, un grosso focolaio è presente nella zona ricompresa tra i territori di Copertino e Monteroni, lungo l’asse stradale Monteroni-Copertino, tra la rotonda (svincolo Copertino, San Donato, San Pietro in Lama) a sud ed il campo sportivo di Monteroni a nord. In particolare, campioni positivi sono stati rintracciati ed evidenziati fino al gennaio 2015 sul sito www.emergenzaxylella.it ma, dalla sintomatologia da me riscontrata, oggi la quantità di piante attualmente colpite è enormemente più alta. Piante con chiari sintomi sono visibili verso la ferrovia, anche nel territorio di Arnesano e più a nord, verso Carmiano.  La situazione, sempre più drammatica intorno a noi, si può osservarla direttamente percorrendo la San Donato-Copertino, dalla superstrada Lecce-Gallipoli, fino ad entrare a Monteroni da Copertino. Sul da farsi non esiste rimedio fitosanitario per curare le piante dal batterio. Le soluzioni proposte dalle decisioni di esecuzione della Ue dovevano essere adottate subito, per circoscrivere l’area infetta nella zona del primo focolaio. Il 4 agosto scorso, la Giunta Regionale ha approvato un disegno di legge sulla questione della Xylella fastidiosa. La norma inquadra in un’unica cornice le iniziative per gestire l’infestazione da Xylella e per la salvaguardia degli ulivi pugliesi, attraverso tre cardini principali: la prima stabilisce le misure fitosanitarie da adottare, la seconda è volta agli interventi di ripristino economico, ambientale e paesaggistico e la terza istituisce una agenzia unica (Arxia) per l’attuazione del dispositivo normativo. E’ evidente che Emiliano continua a non sapere cosa fare, passando dalla creazione di task-force di esperti alla creazione dell’ennesimo carrozzone politico-amministrativo. Su tutto, pesa ormai anche l’avviso della seconda procedura di infrazione comminata dalla Ue.

Sono calzanti le motivazioni addotte dalla Procura della Repubblica di Lecce che ha così bloccato l’eradicazione? O,  quanto meno, è vero o non è vero che questo morbo dell’ulivo esisterebbe da 20 anni, alla luce dei rilevamenti tecnici e delle indagini condotte in ultima battuta dalla Procura?
Bisogna fare un ripasso dei fatti che sono successi nel tempo, dal sequestro degli olivi ai giorni nostri. A mio modesto parere l’indagine della Procura di Lecce si basa sulle teorie stravaganti avanzate da associazioni ambientaliste estremiste. Nel dicembre 2015 la Procura ha sequestrato gli ulivi e bloccato il piano di emergenza, sostenendo l’ipotesi di complotto internazionale: ricercatori, istituzioni e multinazionali avrebbero diffuso la malattia per distruggere il paesaggio e l’olivicoltura pugliese. Nel tempo, l’impianto accusatorio ha rivelato la sua inconsistenza ed è stato smentito dalle principali indagini scientifiche sul batterio e il suo vettore. Si veda ad esempio il fatto che, una ad una, sono state provate via via l’unicità del ceppo di Xylella, che ha sconfessato l’ipotesi della Procura che i ceppi fossero nove e presenti da venti anni, tanto che già a metà marzo si meditava il dissequestro. A fine marzo la Corte Europea ha rigettato il ricorso di 29 aziende bio della provincia di Lecce, condannandole al pagamento delle spese, mentre l’Efsa annuncia la prova della patogenicità di xylella su olivo. Inoltre, circa la validità e i dubbi sulla strategia di contenimento, su impulso della Commissione Europea, l'Efsa pubblica un nuovo parere scientifico che riguarda Xylella fastidiosa in Salento. Nello specifico, viene richiesto di valutare la validità di 4 punti fondamentali legati alla strategia di contenimento che sono stati messi in discussione nel dibattito pubblico: 1) la correlazione tra il disseccamento rapido e vari fattori che si ritiene possano influenzare l'espressione dei sintomi e la diffusione di Xylella; 2) il ruolo di Xylella fastidiosa come agente causale della malattia CoDiRO; 3) la validità e l'efficacia attesa della rimozione delle piante infette come strumento di contenimento della diffusione della malattia; 4) gli effetti secondari dei prodotti fitosanitari. Sul secondo punto è stato così dimostrato il rapporto di causa-effetto tra la presenza del batterio e la morte delle piante ospiti. A metà aprile scorso, l’UE prende i primi provvedimenti contro l’inefficienza della regia politica pugliese e nazionale, allargando ulteriormente la zona infetta tra i territori di Avetrana e Ostuni mentre l’Efsa pubblica uno studio secondo il quale i trattamenti in corso di sperimentazione sugli olivi in Puglia possono ridurre i sintomi della malattia causata dalla Xylella fastidiosa ma non eliminano l'agente patogeno dalle piante infette. Fuori dalla timeline si ricorda che su questo punto è nuovamente intervenuta la magistratura che, dopo il dissequestro, incredibilmente sostiene - va detto chiaramente - con ipotesi e consigli tecnico-scientifici non di sua competenza, ancora il contrario del suddetto studio.

Infine, a fine aprile anche i consulenti della Procura in una dichiarazione ammettono di non avere dati differenti da quelli pubblicati dai ricercatori indagati e che allo stato attuale delle conoscenze e di quello che si sa delle perizie, quindi, il ceppo di Xylella responsabile del CoDiRo è uno solo.

A maggio poi, in risposta al Tar del Lazio e in attesa del deposito della Sentenza, l'Avvocato generale della Corte di Giustizia Europea Yves Bot conclude che le misure UE per combattere la xylella sono valide. Nessuna violazione dei principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità delle misure di contenimento dimostrano la legittimità del Piano Silletti e, contemporaneamente, La Commissione UE vara la nuova Decisione di esecuzione (la 2016/764 che modifica la decisione di esecuzione (UE) 2015/789 relativa alle misure per impedire l’introduzione e la diffusione nell'Unione della Xylella fastidiosa) con l’aggiornamento cartografico di riferimento.

A giugno la Corte di Giustizia Europea rinforza il senso delle misure disposte dalla Decisione di esecuzione della Commissione UE e ribadisce che "può obbligare gli stati membri a rimuovere tutte le piante potenzialmente infettate" incluse quelle "non presentanti sintomi d'infezione, qualora esse si trovino in prossimità delle piante già infettate". Questa misura, infatti, "è proporzionata all'obiettivo di protezione fitosanitaria" ed "è giustificata dal principio di precauzione", in base alle prove scientifiche in possesso della Commissione. Subito dopo, un nuovo vertice in Procura conferma la volontà degli inquirenti e valuta nuovamente il dissequestro.

Il 10 giugno entra il campo l’autorevolissima Accademia dei Lincei con un rapporto poi pubblicato il giorno 26. Nel rapporto i Lincei smontano l’inchiesta, sconfessando le ipotesi dei magistrati e sottolineandone le carenze scientifiche con una dura critica ai metodi della procura. “Abbiamo verificato che le certezze dei ricercatori hanno una solida base scientifica”. Al contrario “la costruzione logica descritta dalla procura non è sostenuta da dati sperimentali” e inoltre anche due dei periti scelti dai pm “sono fra gli autori di una pubblicazione che conferma la tesi dei ricercatori indagati”. I magistrati in pratica vengono smentiti dai loro stessi periti, ma mantengono il sequestro sugli olivi. A parere dei Lincei, l’azione della procura rischia di produrre danni enormi, facilitando indirettamente la diffusione del batterio in Italia e nel bacino mediterraneo, con il rischio che si ricombini geneticamente e attacchi oltre all’olivo altre piante come la vite. “E’ difficile comprendere le ragioni del permanere del sequestro conservativo che appare, piuttosto, distruttivo per la flora e l’agricoltura pugliesi. E’ poco plausibile che la procura sia all’oscuro degli sviluppi scientifici e agronomici sopravvenuti negli ultimi mesi”. Infine, il 12 luglio, uno studio sperimentale pubblicato sull’importante rivista internazionale Journal of Pest Science ha dimostrato il ruolo della sputacchina dei prati, Philaenus spumarius come principale vettore del ceppo Salentino di Xylella fastidiosa. Lo studio comprova per la prima volta la trasmissione della Xylella da olivo ad olivo ad opera di Philaenus spumarius. “Dobbiamo smetterla di fare i tuttologi e smettere di pensare anche noi in maniera superficiale di avere in tasca soluzioni che semplici non sono mai soprattutto in un caso molto complesso come questo",  è il monito del commissario Ue alla salute Vytenis Andriukaitis, secondo il quale l’Ue avanzerà una nuova procedura di infrazione se l’Italia non applicherà in pieno la decisione europea per fermare l'espansione della xylella. Dieci giorni dopo, finalmente, la Procura di Lecce firma il dissequestro degli olivi, non tralasciando di riaffermare che, grazie al sequestro e alle buone pratiche gli alberi hanno ripreso a vegetare. E’ dimostrato invece, sia empiricamente che scientificamente, che un albero di olivo malato, pur continuando a svolgere le proprie funzioni, resta sempre una pianta malata che tende a morire e soprattutto rappresenta una potenziale fonte di inoculo per altre piante sane. Ognuno può verificare, come col passare del tempo è ugualmente successo nelle campagne intorno a Monteroni, e che a Trepuzzi erano circa 2000 le piante colpite prima del sequestro, mentre oggi manifestano quasi tutte i sintomi della malattia.  A cosa è servito tutto questo? Chi sono i veri responsabili dell’espansione dell’epidemia?

Vi sono medicine indicate o trattamenti ad hoc per bloccare questo batterio killer? La metodologia è efficace? Sono stati fatti degli errori, a suo giudizio, anche da parte dei contadini che magari non hanno saputo bel salvaguardare e manutenere nella maniera più corretta possibile queste piante che sono un patrimonio per molte persone, nonché un vero e proprio “bene di famiglia”?
Purtroppo non vi sono fitofarmaci in grado di fermare il batterio e i trattamenti in corso di sperimentazione possono ridurre i sintomi ma non eliminano l'agente patogeno. I contadini non c’entrano nulla e nessuna pratica ha aperto la strada alla malattia. Le piante, nel bene e nel male, sono state conservate fino ad oggi finché hanno prodotto reddito ma nemmeno l’abbandono ha a che fare con l’ingresso del patogeno.

Secondo lei, da tecnico, quali sarebbero i metodi di coltivazione più idonei. Esiste un protocollo della corretta coltivazione? Oppure gli addetti ai lavori hanno intenzione di stilarne uno al più presto per evitare problemi in futuro.
Le buone pratiche agricole, oltre che un abusato ritornello, sono effettivamente il metodo di coltivazione più idoneo. Va detto però, che tali pratiche sono antieconomiche e non si prestano alla moderna olivicoltura. Da ciò, tutte le conseguenze che possiamo riscontrare nei campi, tra abbandoni, bizzarrie improduttive con drastiche potature che rimettono nel peso della legna i costi ordinari. Fin dall’inizio dell’epidemia, per contrastarne l’avanzata, le buone pratiche sono state più volte consigliate, poi anche imposte, ma ormai hanno poco a che fare con il miglioramento del prodotto. Non sono in grado di proteggere gli olivi dall'infezione. Nessun lavoro ha mai dimostrato che un buon livello di sostanza  organica nel suolo, potature annuali, concimazioni ed irrigazione evitano, in presenza di vettori infetti, l'infezione. Non resta che ridurre drasticamente in tutto il territorio, non solo negli oliveti, le popolazioni di vettori (lavorazioni tempestive con taglio delle malerbe e leggere erpicature e trattamenti per ridurre ulteriormente le popolazioni di vettori adulti) e le fonti di inoculo (eliminare le piante infette o isolare le piante prossime a quelle infette  in modo da non consentire l'accesso dei vettori adulti e quindi bloccare la trasmissione del batterio). Attualmente, una valida sperimentazione per la convivenza col batterio è incentrata anche sull’utilizzo di cultivar tolleranti-resistenti, nella speranza che cada presto anche il divieto di reimpianto. Altra questione è la sostenibilità economica delle "buone pratiche". Sicuramente sono necessari contributi pubblici per sostenere una parte rilevante dei costi.

Come mai questa malattia non esiste in altri Paesi produttori di olio come Spagna, Portogallo, Tunisia, Algeria, Africa Settentrionale, etc.  Queste nazioni usano metodologie corrette ed omologanti di controllo o c’è dell’altro… Perché proprio in Italia?
Il ritrovamento in Costa Rica di un ceppo batterico identico al ceppo CoDiRO, nonché le numerose intercettazioni di piante ornalmentali di caffè importate dall’America Centrale (Costa Rica e Honduras in particolare), fa ritenere altamente probabile che il ceppo CoDiRO abbia origini da quell’area geografica. Sino ad oggi, a seguito di caratterizzazione molecolare MLST (MultiLocus Sequence Typing) effettuata da diversi gruppi di ricercatori su siti diversi e da specie vegetali diverse della penisola salentina, si sono costituiti numerosi isolati di Xylella che risultano avere tutti la stessa sequenza “ST53”. Tali risultati fanno ipotizzare che l’epidemia sia originata da un unico evento di introduzione. Si pensa che la mancanza di controlli e misure di quarantena che non sono rispettate in tutta Europa e in particolare nel porto di Rotterdam, oltre alla forte attività vivaistica intorno al primo focolaio, abbia favorito l’ingresso del patogeno nel Salento.

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