La vocazione, la musica, l’abbraccio di Monteroni: don Enrico si racconta alla vigilia dell’ordinazione L’INTERVISTA

Un’attesa lunga trent’anni. Un momento che profuma di festa e di memoria per tutta la comunità di Monteroni. Sabato 5 settembre il nostro giovane concittadino Enrico De Leo, 25 anni, pronuncerà il suo «Sì», venendo ordinato sacerdote nella Cattedrale di Lecce per l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo mons. Angelo Raffaele Panzetta (nella foto insieme a don Enrico nel giorno dell’ordinazione diaconale).

Un evento storico e denso di significato per Monteroni: si tratta, infatti, della prima ordinazione presbiterale dal 1996, anno in cui venne ordinato don Elio Quarta, attuale parroco del Sacro Cuore di Monteroni. E per la parrocchia Maria SS. Ausiliatrice la gioia si raddoppia: Enrico è infatti il secondo presbitero nella storia della comunità, a ben 54 anni di distanza dall’ordinazione dell’illustre mons. Adolfo Putignano, avvenuta il 2 settembre 1972. Dalle note del sassofono suonato da bambino nella banda parrocchiale a quelle dell’organo, dai primi passi come chierichetto agli anni di formazione trascorsi tra il Seminario diocesano di Lecce e il Pontificio Seminario Romano Maggiore nella Capitale: abbiamo ripercorso con lui le tappe di questo cammino, facendoci raccontare le sue emozioni alla vigilia di questo grande giorno.

Don Enrico, la tua storia parte da lontano: il sax nella banda dell’associazione parrocchiale e poi il servizio all’organo. Quanto ha parlato la musica alla tua spiritualità da bambino e ragazzo, e come pensi che questa passione continuerà ad accompagnarti nella tua vita da sacerdote?

«I miei genitori mi raccontano che, quando ero veramente piccolo, nel passeggino avevo sempre il desiderio di avere dei tamburi in mano, come se volessi portare il ritmo di qualcosa già da bambino. Poi, nel corso degli anni, questa voglia di portare il ritmo si è trasformata nella passione per il sax, poi la banda, l’orchestra… Credo che, col tempo, quel ritmo si sia rivelato essere il ritmo del cuore. L’ho capito soprattutto quando mi sono approcciato all’organo, uno strumento che ti apre il cuore e che mi ha portato a sviluppare una sensibilità particolare e a scoprire un lato bello della mia anima. Crescendo, la musica mi ha aiutato a scendere sempre più in profondità e ancora oggi mi aiuta molto pensare in musica i sentimenti, cosa che ho felicemente scoperto attraverso la composizione per me o per altri. La panca dell’organo non mi ha mai lasciato, anche negli anni di seminario».

Ogni vocazione ha un suo momento embrionale. Guardando indietro, quando hai sentito per la prima volta che il Signore ti stava chiamando a una vita di totale offerta?

«Mi piace dire che la mia vocazione è nata da bambino. È stata poi riscoperta negli anni dell’adolescenza, ma talvolta anche addirittura volutamente abbandonata, quasi come se volessi mettere alla prova Dio per vedere se, nonostante il mio essere lontano, Lui tornasse ad “acchiapparmi”. Ed effettivamente, proprio in un momento della mia vita in cui avevo messo in cantina il pensiero del sacerdozio, Dio mi ha sorpreso. Ripensandoci adesso, credo che io abbia scoperto la vera presenza di Dio quando mi sono stupito, quando non c’era nulla di preparato. Ho scoperto la bellezza della chiamata davanti ai miei limiti, mi sono trovato a fare talvolta un passo indietro, ma solo per poi farne due in avanti: non sono mai tornato sempre allo stesso punto, anzi, forse sono stati proprio quei piccoli passi indietro a farmi andare ancora più avanti. Ed è questo che mi porta a dire: “Renditi conto che c’è sempre una sorpresa dietro l’angolo, impara ad essere umile, docile, a saper stare con tutti”. È questa la radice della mia vocazione sacerdotale: stare in mezzo alla gente e far diventare i desideri dell’uomo dei desideri condivisi con Dio».

Il tuo cammino ti ha portato dal Seminario diocesano di Lecce al Seminario Romano Maggiore. Come ha influito l’esperienza nella Capitale sul tuo modo di vivere la fede e di guardare alla Chiesa oggi?

«Quando mi è arrivata la proposta di lasciare casa per andare a Roma, l’ho accettata ben volentieri e oggi, a percorso di formazione concluso, sono molto grato per questa opportunità che mi è stata data. Vedere l’universalità che Roma ti può offrire mi ha aperto gli orizzonti, permettendomi di vivere un’esperienza di fede e di vita sacerdotale diversa da quella locale, confrontandomi con gente che veniva da ogni parte del mondo. È stato un tempo in cui sono davvero diventato uomo prima e sacerdote poi, imparando a guardare a tutte le sensibilità: gli anziani, i giovani, le neofamiglie, gli ammalati… Roma mi ha dato un tocco di novità, ma forse il banco di prova sarà quando tornerò qui».

L’ordinazione presbiterale è un traguardo, ma la vocazione è un cammino fatto di scelte. C’è stato un momento preciso o un incontro in questi anni in cui hai detto con assoluta certezza: “Sì, è davvero questa la mia strada”?

«Durante il mio percorso di formazione a Roma, ho fatto un anno di servizio presso il Policlinico Umberto I. Non ho chiesto io di andarci e, anzi, data la mia esperienza personale e familiare, l’ambiente ospedaliero era l’ultima cosa che avrei voluto vedere nella mia vita. Eppure, quell’anno mi è valso più di tutti gli anni di formazione in seminario, perché, proprio lì in corsia, è stato il momento in cui ho rinnovato la mia scelta. Mi sono detto: “Se non hai fede, non puoi aiutare gli ammalati”. È stata veramente una prova per me, ma che oggi dico essermi servita molto».

La tua ordinazione è un evento storico per la nostra comunità, perché arriva 54 anni dopo quella di mons. Adolfo Putignano e 30 anni dopo quella di don Elio Quarta. Senti più il peso della responsabilità o la gioia di raccogliere un testimone così importante?

«Mi sento atteso e sicuramente quest’attesa mi porta a sentire addosso una grande responsabilità e anche a sentirmi indegno. Insomma, sono ancora molto giovane, quindi mi chiedo: “Cosa posso offrire?”. Però, confido nel fatto che non sono solo io ad operare. Vedere quanto affetto, quanta stima e quanto raccoglimento c’è da parte della gente è, secondo me, la chiave per leggere il ministero sacerdotale. Ho compreso veramente cosa sia il sacerdozio quando ho capito che non è qualcosa per me, ma per gli altri. E vedere questo fermento attorno a me, questa attesa che respiro in chi incontro anche girando in questi giorni in paese, mi fa pensare che forse sono sulla strada giusta».

Che tipo di pastore sogni di essere per le persone che incontrerai sul tuo cammino?

«Da sempre il mio desiderio è quello di essere un prete che sappia essere giovane e ascoltare i giovani: unire sensibilità e ascolto, questi credo siano i due pilastri. E poi anche un prete che si lasci interrogare dalla fede della gente, che forse è più della sua, mettendosi sempre in discussione di fronte agli altri e di fronte alle scelte che dovrà fare. Se dovessi prendere un modello di riferimento, alle soglie del sacerdozio, sarebbe il mio padre spirituale a Roma, don Renzo, che sta attraversando un momento molto difficile a causa della malattia. Lui è per me una vera testimonianza perché, nonostante la sofferenza, durante i nostri colloqui e le nostre confessioni mi testimonia che la vita in Cristo è una vita di gioia. È l’esempio di sacerdote che vorrei essere anch’io un giorno, ma ci vuole tanta fede e io, forse, non ne ho ancora abbastanza».

Quali pensi che siano le sfide sociali e culturali della Chiesa di oggi?

«Una grande sfida è quella di riuscire a far comprendere la strada per arrivare in profondità, non solo per quanto riguarda i giovani, ma a 360°. Credo che ci sia una fragilità nell’ascolto di sé stessi e della propria spiritualità, anche negli adulti. E invece c’è bisogno di avere quegli ingredienti necessari per scendere in profondità e capire che a volte, nella vita, c’è bisogno di qualcun altro e c’è bisogno anche di cambiare, a volte. Questa, forse, è la sfida più difficile: far comprendere ciò che serve per scendere in profondità, per non rimanere in superficie».

In questi giorni di vigilia si percepisce un grande affetto attorno a te. Che messaggio o augurio ti senti di lasciare, dalle pagine del nostro giornale, a tutti i tuoi concittadini di Monteroni?

«Mi sento di ringraziare tutti coloro che in questi giorni semplicemente con un pensiero, una preghiera, o un gesto stanno contribuendo a quello che sarà l’evento della mia vita. Ed è un grazie che si riveste anche di una benedizione; questo è il valore aggiunto che mi sento di poter dare. Ringrazio soprattutto per la fiducia che tanti mi rivolgono e questo non è mai scontato, ma lo apprezzo veramente come regalo della comunità».

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